Scrivere un libro non è un confronto fra te e il lettore
Sei alla scrivania, sul letto, al tavolino di un bar; il foglio bianco – cartaceo o virtuale – davanti a te; stai raffinando quella scena che ti ha ronzato in testa per mesi o, chissà, per anni. Tieni così tanto a questa storia che hai deciso di rimandare la stesura del romanzo per colpa di quella fastidiosa tendenza al perfezionismo che ti domina quando scrivi. Ora sei lì, il gioco sembra fatto: c’è solo da aggiungere qualcosa… e poi quell’altra cosa… e poi…
Sì, perché hai paura – una dannata paura! – che il lettore non colga ciò che vuoi dire; ciò che hai sempre voluto dire e che ti anima nella stesura di questo romanzo. E poi è giusto che chi deciderà di leggere il tuo libro si renda conto delle tue capacità. È una grande occasione, non si scherza con un romanzo!
Questa è una delle forme in cui la grafomania – ma anche la “semplice” ansia da prestazione – tormenta chi scrive. È uno dei mali supremi, l’oscurità di cui siamo prigionieri: il terrore che la nostra storia non riesca a colpire fino in fondo; che non sappia scavare; che rimanga in superficie. E dove c’è la paura, di solito, nascono gli errori.
È uno dei problemi più diffusi tra gli autori emergenti, una di quelle difficoltà che, in qualità di editor e coach letterario, incontro più spesso. E rendere consapevole chi scrive non è per niente facile, perché si tratta di un’argomentazione controintuitiva.
Perché risparmiarsi?
Perché non sfoggiare le proprie abilità?
Perché non scavare?
Il perché più vero e sincero che posso offrirti è questo: si scava nell’animo di chi legge, non nel proprio; il libro è solo un mezzo e non deve diventare la rappresentazione fedele di ciò che siamo.
Quando si scrive un romanzo, si tende – soprattutto quando si ha poca esperienza – a riversare nell’opera il proprio vissuto e le emozioni che hanno condotto a quella storia. Ma le emozioni sono effimere e, soprattutto, soggettive; non basta che io ti offri la mia per fartela provare, così come non basta amare una persona per essere ricambiati.
Scrivere è un’arte furbastra, sfuggevole, polverosa; è un inganno, una rappresentazione e, come il cinema – seppur in modo diverso – allestisce un set in cui ambiente, personaggi, dialoghi e contesto interagiscono per dar vita a un qualcosa che, trasmessa al ricevente, può suscitare una risposta emotiva. Come non basta dire che un incontro è commovente per suscitare commozione in chi legge, così non serve – e può essere controproducente! – accumulare descrizioni esasperate per trasmettere un’emozione che, per sua natura, tende a insinuarsi in maniera subdola nei cuori umani.
Ma perché lo facciamo?
Perché abbiamo l’abitudine di esasperare ed esasperarci, in fase di scrittura, esasperando il lettore invece di emozionarlo?
Spesso ci dimentichiamo della funzione mediatica del libro, che è un mondo a sé, un punto d’incontro con il lettore, e non uno specchio della nostra persona. Un romanzo è la rappresentazione mediante la quale vogliamo suscitare qualcosa in chi legge e, per farlo, non è necessario che il rappresentato sia tale e quale a ciò che abbiamo vissuto noi.
Non siamo noi a trovarci di fronte al lettore, ma un messaggio studiato appositamente per generare un’emozione. Trovare la forma idonea per quel messaggio è uno degli incantesimi che un autore deve imparare a padroneggiare.


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