La solitudine dello scrittore (Ciao Claude!)


Flowers 1088 di mabi49


Fare lo scrittore o essere uno scrittore (due cose distinti che meriterebbero un approfondimento) sono due modalità tendenzialmente solitarie. Ci sono eccezioni che meritano di essere raccontante: partecipare a concorsi, antologie, farsi editare e/o editare un libro altrui; essere o fare il ghostwriter, specie per e con persone interessanti (anche qui ci sarebbe tanto da dire, rimando volentieri il discorso a una rubrica a parte) possono rappresentare piacevolissime vie di fuga da quella che, di fondo, è la solitudine dello scrittore.

Nel nostro cianciare nella testa e colpire a sangue tastiere consumatissime su cui diventa impossibile leggere determinati caratteri, siamo quasi sempre soli, e così deve essere, salvo le suddette eccezioni e qualche esperimento a quattro o più mani che, in ogni caso, non sostituiscono le innumerevoli sedute solitarie che solo chi ha lavorato o sta lavorando a un romanzo o a un racconto particolarmente ostico può comprendere. È così da sempre, anzi, forse un tempo lo era di più, quando non c’erano i telefoni a connetterci seduta stante con altri autori o aspiranti tali. Così finiva che Fitzgerald, un tipo abituato a divertimenti sfarzosi e alle belle donne, si ritrovava suo malgrado a pescare in compagnia di un tipo sui generis come Hemingway, solo per accertarsi di non stare impazzendo davanti alla pagina scritta, alla ricerca di consigli, spunti; insomma, disperatamente voglioso di ricevere consigli in materia di editing, quello che oggi i più trascurano perché è facile vedere nell’editor il pericolo numero uno degli scrittori solitari.

Quando inizi a dialogare con un editor serio non ci sono sconti, se non quelli sulla parcella. L’editor vero può, in una telefonata di cinque minuti o in una mail di sei righe, smontare un lavoro solitario di settimane o mesi. È un ritorno alla realtà necessario ma brutalizzante, anche nelle sue versioni all’acqua di rosa che molti professionisti adottano per non far scappare i potenziali clienti.

Ecco perché, da qualche parte nelle profondità del cuore, un autore pensa, sente e si autoconvince che quella solitudine, in fondo, è una consolazione che merita di essere custodita.

Oggi c’è uno strumento in più: l’intelligenza artificiale volgarmente detta, large language model come ChatGPT e Claude, così gentili da risultare irriverenti e, soprattutto, rapidi e gratuiti: caratteristiche che un altro essere umano di rado possiede.

Ciao ChatGPT, cosa ne pensi del primo capitolo del mio romanzo?

Ciao Claude, puoi leggere il mio manoscritto di 358 pagine?

Se qualche buon amico potrebbe rispondere in tempi brevi alla prima domanda (ma quanto sinceramente?), la seconda domanda rischia di rimanere senza risposta… a meno che tu non sia disposto a pagare un professionista (ma quanto qualificato e abile?) e iniziare un percorso di editing vero.

Ecco che l’autore, magari pure per indole, si ritrova ancora più solo, a parlare con un bot di quanto sia migliorabile il suo romanzo. Il passo successivo è a portata di click: Claude, puoi editarmelo tu?

Che è un po’ come dire: 1) non ho capito il significato dell’editing (no, non lo fa l’editor. L’editor ti mette nelle condizioni di editare il tuo libro) e 2) pensaci tu, che ‘sto libro mi ha già stancato.

Figuriamoci i futuri lettori.

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