Perché si scrive? Non dire mai "perché mi fa stare bene"
Iviwrites, bleeding for the sake of writing...
Nel dramma Assassinio nella Cattedrale (“Murder in the Cathedral”, 1935), il fu Thomas Stearns Eliot racconta la fuga dell’arcivescovo Thomas Becket nel XII secolo. Nascosto nella Cattedrale di Canterbury in attesa dei suoi aguzzini, Becket viene tentato da figure demoniache che, dopo avergli proposto vantaggi terreni, avanzano con la quarta e più pericolosa tentazione: quella del martirio. È qui che l’arcivescovo rifiuta l’ascesa per mancanza di una ragione coerente con i propri valori, affermando con il lirismo di Eliot che l’ultima tentazione sarebbe il tradimento più grande: fare la cosa giusta per la ragione sbagliata («The last temptation is the greatest treason: To do the right deed for the wrong reason»).
Fare la cosa giusta per la ragione sbagliata è il modus preferito del nostro tempo.
C’è chi va in terapia per ottenere l’approvazione di qualcuno.
(La salute mentale è roba per asceti, d’altronde.)
Chi inizia una dieta dimagrante per compiacere i potenziali partner.
(La salute fisica è un accessorio, no?)
Chi smette di fumare per far smettere qualcun altro.
(Allen Carr avrebbe da ridire e da ridere.)
C’è chi si sposa per abitudine o per convenzione sociale, chi diventa vegano per moda, chi crede in Dio
perché così gli è stato insegnato e poi c’è chi scrive.
C’è una premessa a cui tengo molto. La inserisco qua e là nei miei articoli, a scanso di equivoci e per ribadire il mio amore per la libertà: ognuno fa quel che vuole, nessuno dovrebbe essere obbligato da qualcun altro a fare o dire qualcosa e il sarcasmo espresso poc’anzi dovrebbe far capire quanto io detesti imposizioni e condizionamenti.
Ora però parliamo di chi scrive per…
Già, perché si scrive?
O perché “dovremmo” scrivere? (Notare le virgolette e rinotare la premessa di cui sopra.)
Quale dovrebbe essere il motore che ci trascina davanti a un quaderno e una penna, un computer o un palmare o qualsiasi strumento decidiamo di usare per incidere nello spazio cartaceo-digitale (al fine di raggiungere quello neuronale dei lettori) un nostro racconto?
Di ragioni, lavorando come editor e ghostwriter da quasi vent’anni, ne ho sentite parecchie. Le più convincenti, in genere, sono quelle che riguardano la storia che si vuole raccontare. Questo vale anche per le autobiografie. Come scrittore fantasma ne ho ascoltate di atroci e questo ha arricchito la dimensione delle mie esperienze e abbattuto alcune mie false credenze. Non va sempre così, non tutti hanno qualcosa di interessante da raccontare, ma questa è un’altra storia.
La peggiore che ho ascoltato da quelli che intendevano pubblicare è la seguente: scrivere mi fa stare bene.
Un po’ come se io, runner amatoriale, decidessi che siccome correre mi fa stare bene, merito un posto ai prossimi mondiali di atletica.
Non funziona così e si vede dai risultati che quelle persone, in buona fede e con l’innocenza nelle dita, raccolgono una volta che il libro è pronto: entusiaste recensioni su WhatsApp o Messenger in formato vocale che vanno dai trenta secondi ai dodici minuti, a seconda del livello di loquacità dell’amico o parente o corteggiatore di turno che – obbligato moralmente alla lettura – invia loro con una certa commiserazione inconscia o, peggio, malcelata.
E quindi? Bisogna scrivere solo se ci fa stare male?
Scrivere non può farci star bene?
Sì e no. Dipende. Boh. Non è questo il punto.
E allora qual è il punto?
Al netto dell’annosa questione del talento – esiste o no? – e di quante occasioni e risorse una persona possa avere per scrivere, di fondo deve esserci una cosa, una base essenziale: l’amore per la narrativa.
Se non ami la narrativa, non la leggi.
Se non la leggi, non saprai riprodurla, emularla, contraddirla o ribaltarla.
Se non sai maneggiarla non sarai mai in grado di scriverla.
Se il tuo movente è “mi fa stare bene” rischi di essere uno dei millemila autori che scrivono un solo libro – la storia della propria vita pessimamente romanzata – o un paio di libri – quello appena citato e un sequel con incipit epico che neanche Dostoesvkij avrebbe tirato fuori per il secondo, incompiuto libro sulla storia di Alëša Karamazov: “Mi sono ricordato una cosa…” – e poi… l’inevitabile nulla.
Perché se scrivi solo perché ti piace non sei un autore, sei un amatore che si diverte a “fare cose”.
Se ami la narrativa potrai scrivere di qualunque cosa, perché il punto non sarai tu ma la narrativa.
Se leggi, se approfondisci, se (qualche volta) ti fai del male leggendo e scrivendo, allora potresti, chissà, diventare un autore con del potenziale. Ma devi uscire fuori dal “mi fa stare bene”. Perché per stare bene ci sono tanti modi e non bisogna scrivere per forza.
La scrittura, magari, lasciamola a chi la ama davvero.


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