La tentazione di Ulisse e il progresso
Odysseus and the Sirens (1891) di John William Waterhouse
Nell’antica e insoluta arte del pensare, l’essere umano si è più volte scontrato con il progresso, alternando momenti di estasi a crisi esistenziali. Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), uno dei padri del futurismo, scrisse all’alba del XX secolo sul cinematografo – mezzo che all’epoca doveva risultare bizzarro se non diabolico – che avrebbe sostituito le pedantesche riviste e i sempre tediosi e opprimenti libri. Decenni dopo, il fisico più famoso della storia, Julius Robert Oppenheimer, direttore del progetto Manhattan e artefice illustre della nascita della bomba atomica, cita addirittura l’epica sacra di un testo vecchio di duemila anni – il Bhagavadgītā indiano – per ricordare il primo test di un ordigno nucleare: «Sono diventato Morte, distruttore di mondi».
Di fronte al più grande cambiamento socioculturale della storia – la globalizzazione – sono stati gli anni ’90 a dar vita ai movimenti no-global antiglobalizzazione, tra i più partecipi e irruenti del Novecento.
Autori di fantascienza e sceneggiatori hollywoodiani hanno portato per decenni, nelle pagine dei romanzi e sugli schermi cinematografici, la figura dello scienziato pazzo; nella sala accanto, però, veniva proiettata una pellicola di ben altro tenore, dove era uno “scienziato etico” mosso da una folla vena creativa di stampo matematico-scientifico a salvare il mondo da, in ordine sparso: asteroidi, alieni e virus partoriti dalla crudele matrigna Natura.
Viene da chiedersi: da che parte sta l’homo sapiens?
Sposa il progresso o la conservazione culturale?
Noi occidentali veniamo rappresentati meglio dalla figura del genio visionario o da quella del custode e malinconico conservatore?
Gli indizi suggeriscono un approccio che definirei “penitente”: amanti lussuriosi dell’Umanesimo e dell’Illuminismo, ci affidiamo alla ragione e abbiamo fede nel progresso e nell’inventiva umana, salvo poi, il più delle volte, pentircene alla fine del processo creativo, senza un’apparente struttura logica se non quella che richiama il rimpianto per il passato contrapposto al richiamo (e al rimorso) per un futuro che è lì, a due passi, e deve essere raggiunto.
Oggi parliamo di intelligenza artificiale e temiamo già l’avvento di Skynet, ma non abbiamo ancora risolto l’orrida questione dello scrolling infinito: una forma di dipendenza che ci porta a scorrere in basso i video brevi dei nostri social network alla ricerca di qualcosa che non sappiamo cosa sia. Fenomeno ampiamento studiato e documentato (come i danni che causa alla memoria a breve termine e alla concentrazione, senza contare lo sfasamento del nostro cervello di fronte a un rapporto stimolo-gratificazione stravolto), ci ipnotizza bruciando la cosa più preziosa che abbiamo, la base per ogni divenire: il tempo.
In questo scorrimento infinito sarà capitato a molti di incontrare, in questo periodo, notizie, recensioni o riferimenti all’Odissea di Christopher Nolan. Ulisse – che sia quello di Nolan, di Omero o quello che fa parte della nostra coscienza collettiva – assomiglia paurosamente all’homo sapiens incatenato di fronte al suo amore-odio per il progresso. Uomo esperto e saggio, di certo non il primo stupido dell’Egeo (ma d’altronde anche Einstein ha fumato per anni la pipa), il nostro eroe si lascia bonariamente distrarre dalle curiosità che il viaggio di ritorno a Itaca gli piazza davanti. La tentazione è così forte da risultare per lui una condanna: Ulisse deve ascoltare il canto delle sirene, deve passare per le Colonne d’Ercole, scelta da Dante poeticizzata nei celebri versi:
«Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza»
Nella semenza, ovvero nel seme originario dell’essere umano, Ulisse riconosce quella condanna: esplorare, anche a costo di non tornare mai più a casa, luogo ultimo che, nella sua fine e nel suo fine, deve anch’esso, come parte di quella semenza, essere il suo approdo.


Commenti
Posta un commento