I pericolosi limiti dell'autofiction

 

Myladynoo


Premessa numero uno: sei Philip Roth e hai in mente una storia dove il tuo nome – già popolare in tutto il mondo – conta qualcosa; la tua identità, quella vera, ha un suo valore intrinseco, così decidi di scrivere un romanzo, un gioiello di romanzo per l’esattezza, e lo chiami Operazione Shylock, aggiungi un sottotitolo pressoché inutile ma che sa di epica contemporanea, approfitti dell’occasione per affrontare la questione israelo-palestinese mettendo in bocca ai personaggi le idee più disparate e stravaganti (mentre tu, Philip Roth in quanto autore-protagonista ben piantato nella storia, sei lì ad ascoltare questi strambi individui e a soppesare le opinioni più estreme; in sostanza, a far finta di niente o quasi) e infine piazzi nel romanzo una questione spinosa e intrigante: furto di identità e mass media. Ecco, se sei Philip Roth e fai questo, rappresenti un’eccezione al tema di questo articolo.

Premessa numero due: se sei un autore con un minimo di talento che riesce a scrivere qualcosa su un tema tutt’altro che scontato – se, per esempio, decidi di parlare della tua omosessualità e, in particolare, del virus dell’HIV e della malattia partendo da uno dei sintomi fisiologici più diffusi sulla faccia della terra – sei ancora un’eccezione, perché il libro che hai scritto è un bel romanzo (ma non è detto che tu sia in grado di scriverne altri altrettanto validi).

Premessa numero tre: se scrivi di te stesso e crei questo frullato di “volevo ma non potevo” e “purtroppo è andata così”, magari con qualche pizzico di “però anche quella stronza poteva comportarsi diversamente”, e lo fai leggere a poche persone prescelte, per il gusto di creare un collettivo dal intimista di lettori e autori… hai fatto bingo (per te) e vai rispettato. Ma quasi nessuno ti rispetterà perché (logicamente) quasi nessuno ti conosce. Ma va bene così.

Premessa finale: ognuno fa quel che c***o gli pare.

Ora, la sola cosa che conta davvero di questo articolo è che l’autofiction ha rotto i c******i. E i motivi, in ordine sparso, dovrebbero smuovere le coscienze di quelle persone che incitano i loro amici scrittori a lavorare su questo genere.
L’autofiction è anzitutto falsità. E questo è l’elemento più pericoloso. Quando si scrive una storia ispirata alla propria vita, si tende nove volte su dieci a prendere possesso dei pensieri altrui. Lo so per esperienza, avendo lavorato come editor o coach a decine di libri nati sotto questa stella storta: l’autore-protagonista si convince di sapere per certo cosa hanno pensato suo padre, sua madre, sua nonna, suo zio, il suo ex, la sua prima fidanzata, il suo acerrimo rivale in amore e pure cosa pensava il Signore nel frattempo.
Scrivere autofiction non aiuta a “guarire” o, peggio, a “guarirsi”. Neanche gli psichiatri provano a curarsi da soli, figuriamoci se può farlo uno scrittore che non sa come scrivere autofiction decente. Può forse dare l’illusione dell’autocura, una parola che detesto più di autofiction.
Terza e ultima ragione di questa giornata per avercela con la maggior parte dei libri di autofiction: il senso della misura. Quando si scrive di sé si perde molto facilmente la virtù di saper mediare tra ciò che è realtà e ciò che è fantasticheria, ipotesi, sospetto. Il risultato è un obbrobrio che, oltre a garantire querele meritate, può portare a una grave forma di dissonanza mnemonica. È come rovinarsi la vita per interposta persona, solo che la suddetta persona sei sempre tu e non lo sai. E quella famosa parola – autocura, sigh! – diventa, da ambizione esagerata, a sogno utopico da favola della buonanotte.
E questo è quanto.

Post scriptum: se sei un autore di autofiction e hai letto fin qui (me lo auguro, perché se non riesci a terminare un articolo breve come questo non dovresti neanche pensare di scrivere un libro), ti dico una cosa: relax, scrivi, scrivi pure di autofiction, impara dai tuoi sbagli. Fatti solo un favore: mettiti in discussione, sempre e ovunque. E se non l’hai ancora fatto, leggiti Operazione Shylock di Philip Roth.

Commenti

  1. In realta' a me Roth fa c***re. Comunque il tuo articolo e' buono anche se un po' spocchioso. Ricalca esattamente l'ultima... pardon: la penultima moda del comportamento da maschio alpha sui social. L'ultima non te la sto a descrivere perche' ci resteresti male.
    Ma essendo questo un blog e non un social, si accetta di buon grado questo articolo di "autofiction autoreferenziale breve" ("Lo so per esperienza, avendo lavorato come editor o coach a decine di libri nati sotto questa stella storta"... dove sta l'emoticon che sorride ironico?) che consiglia di non fare autofiction.
    Credo che lo condividero' (parlandone bene in quanto non manca di ironia, e l'ironia e' sempre una buona cosa in questo mondo incarognito) sul mio profilo Facebook, ma non ne sono sicura. Ci devo pensare. E infondo, chi me lo fa fare dato che io non scrivo di autofiction. Anzi l'autofiction mi fa addormentare dopo due pagine. Di chiunque sia.
    Non scomodarti a rispondermi; non uso l'account Google per i commenti, di solito, e mi e' capitato solo stavolta. Pertanto anche se mi rispondessi, mai leggerei le tue parole.
    Ma forse lo farai perche' e' sempre bello sapere che c'e' qualcuno, ingiro per il mondo, che ci ha letto e sorge incontenibile la voglia di dire la nostra.
    Be', se proprio ti fara' star bene, fallo pure.
    Un saluto da una scrittrice (non di autofiction) e scusami se non uso gli accenti e ci metto gli apostrofi, ma la mia tastiera al PC e' sprovvista di lettere accentate.
    Buon lavoro.

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