Spaccare il mare di ghiaccio dentro di noi
Emptiness/Pain di AizekArtworks
Nel 1904, Franz Kafka scriveva all’amico Oskar Pollak, storico dell’arte e personalità della scena praghese, che «un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi»[1]. Una di quelle frasi che, a distanza di più di un secolo, vengono riciclate sui social per ribadire una presunta superiorità di quel libri che sanno scuotere, scavare, sviscerare.
Kafka scriveva a Pollak all’età di vent’anni. Facile, a questo punto, sparare a zero sulle nuove generazioni (ma forse anche sulle precedenti) e sostenere che a vent’anni, noi fortunati, noi reduci senza menomazioni dalla Seconda Guerra Mondiale, certi pensieri non li abbiamo mai fatto. Perché a vent’anni, oggi, si pensa a scopare, o a cercare lavoro; prima, al massimo, si metteva su famiglia, o meglio ancora si viveva. A scrivere e a pensare certe cose erano in pochi. Kafka è stato un unicum persino nel suo tempo e nel suo “luogo di mezzo”.
Ma allora cosa deve fare un libro e a cosa può aspirare un lettore?
Non è finita l’era dei colpi d’ascia, delle pugnalate, questo no. Persino un autore mainstream da besteller come Stephen King, dietro i suoi romanzi gotici, fantasy e horror (generi che riescono ancora, dietro la loro forma influenzata dall’entertainment americanizzato e ritoccata da un’imbalsamatura di genere, a toccare i temi scomodi di abusi, persecuzioni, violenze domestiche e psicosi) svolge con passione il suo “sporco lavoro” di scrittore, forse proprio perché nell’horror il rischio di risultare stucchevole è ridotto ai minimi termini, al massimo si può essere ridicoli, persino di serie B (come in un certo cinema indipendente che sta tornando in voga), ma è più facile scrollarsi di dosso il rischio di passare per cringe.
Dunque “dobbiamo” leggere qualcosa ed evitare altro? Prediligere l’impegno, il colpo d’ascia, lo scioglimento o, meglio, la spaccatura di quel mare di ghiaccio di cui parla Kafka?
Daniel Pennac consola un po’ tutti ricordando che esiste il diritto di leggere qualsiasi cosa, ma anche il diritto di non leggere. Il dramma, forse, sta nella combinazione fra questi diritti prosaici con un diritto morale più alto, umano, che è il diritto di scrivere. Quando si combinano – il diritto di non leggere o di leggere storie all’acqua di rose e il diritto di scrivere – il rischio è il rinsaldarsi di quel ghiaccio, di quell’iceberg di false credenze che trovano la loro massima solidificazione non tanto nei libri più venduti in Italia (dove per fortuna ancora se la giovano i thrilleracci nudi e crudi), quanto nel modus vivendi letterario preferito da questo decennio: il self-help, i libri di aiutoaiuto, genere odiato da molti ma che, ancora, si ritaglia un posto nelle librerie casalinghe o sul comodino accanto al letto. Libri che, per loro natura, attribuiscono il loro fallimento editoriale ed esistenziale al lettore (che non è stato capace di aiutarsi) e mai alle accozzaglie di banalità conformiste e deliranti che contengono; libri che fungono ormai da stasus symbol per generazioni di insofferenti che hanno perso la capacità di guardarsi dentro per davvero, di “scapigliarsi”, di ricercare il vero che conta, per citare proprio la scapigliatura, di affannarsi nella ricerca di «quel reale globale che comprende ragione e sragione, buono e cattivo, bello e brutto, aldiquà e aldilà»[2]; tutto quello che può fare male, che non dà l’illusione a ogni costo di averci capito qualcosa; in altre parole, ciò che dovrebbe essere una psicoterapia che funziona, e non quella comprata a buon mercato per chi ha bisogno di accontentarsi.
Dunque, cosa leggere e cosa scrivere? La verità è che siamo troppo liberali per darci un consiglio.
[1] G. Baioni, Kafka. Romanzo e parabola, Feltrinelli, 1962
[2] G. Finzi (a cura di), Racconti neri della scapigliatura, Mondadori, 1980


Commenti
Posta un commento