Esplosività e resistenza nella scrittura

Michael Johnson


«Il bello della corsa è che, insomma, puoi correre dove vuoi, come vuoi.»

Così parlò lo Zarathustra delle ultramaratone, Giorgio Calcaterra, vincitore per dodici volte consecutive della gara del Passatore.

E vale anche per la scrittura.

Da alcuni anni ho (ri)scoperto la corsa e, sebbene le mie prestazioni non siano quelle di un atleta agonista, il punto di partenza e parte del percorso sono gli stessi. La prima considerazione in cui ti puoi imbattere è la più ovvia: corpo e mente sono, se non una cosa sola, in una tale simbiosi di sensazioni e benessere reciproco da non poter distaccare l’uno dall’altra. Mens sana in corpore sano, per citare una tra le perle di saggezza più popolari della storia.

La seconda cosa che impari è che non è difficile applicare i principi del fitness a quelli di qualsiasi altra attività nella vita, inclusa la creazione artistica; anzi, la tentazione è così forte che, presto o tardi, finirai per scoprire quanto i processi ipertrofici muscolari dettati dall’allenamento fisico siamo simili a quelli che portano il cervello a maturare consapevolezze e capacità; o a come la tecnica di ripetere lo stesso movimento o gruppo di movimenti segua gli stessi principi che costituiscono una buona abitudine nella vita.

Orbene: cosa c’entra con la scrittura?

Chiunque non abbia un deficit fisico tale da impedirglielo, ha imparato prima a camminare e poi a correre. Gli altri lo hanno comunque immaginato, sognato, inventato.

Poco dopo abbiamo imparato a leggere e a scrivere. Ma è probabile che prima ancora di poter contare una scrittura o persino su un linguaggio perfettamente codificato, gli esseri umani si riunissero intorno a un fuoco (reale o, ancora una volta, immaginario) per narrarsi storie vere o… inventate.

E qui veniamo alla scrittura creativa e al legame con la corsa.

Se non hai mai corso sul serio e ti viene voglia di farlo, è probabile che riuscirai a macinare solo qualche centinaio di metri (il che è comunque divertente). Per arrivare a correre 1 km, 2 km o 10 km, la faccenda è più complicata, soprattutto se ti metti in testa che “non esistono pause”. Spoiler: nell’allenamento esistono; nelle gare nessuno te le consiglierebbe, a parte qualche mente brillante e originale come Jeff Galloway, maratoneta olimpico statunitense. In ogni caso, anche seguendo il metodo Galloway, la pausa non è una pausa da fermo, ma consiste nel passare dalla corsa alla camminata.

Per correre più a lungo dovrai allenare la resistenza. Significa correre piano, ma piano sul serio, e non è facile per la mente. Non a caso, uno dei principali errori che fanno le persone quando iniziano a correre… è andare troppo forte. Proprio come chi inizia a scrivere pensa di poter risultare esplosivo fin da subito o di saper “durare” sulla distanza di un romanzo mantenendo alta la qualità.

Allenare la resistenza significa allenare la propria stamina e diventare capaci di correre anche lunghe distanze. Resistenza significa, per un muscolo, non solo ripetere lo stesso movimento per un numero elevato di volte ritardando l’affaticamento, ma anche mantenersi contratto per un tempo prolungato: è il caso delle isometrie per un ginnasta.

Ma se devi correre 100 m, forza ed esplosività rubano la scena. La resistenza passa in secondo piano: ciò che conta è saper detonare e scaricare tutta la potenza in un lasso di tempo di una manciata di secondi. Nel caso di Usain Bolt, nove secondi e cinquantotto centesimi.

L’appiglio più facile e intuitivo con la letteratura sta nella differenza tra racconti brevi e racconti lunghi (o romanzi); o tra romanzi brevi e romanzi lunghi, se volessimo contrapporre una 10 km a una maratona. Un mattone classico dell’Ottocento o Infinite Jest di David Foster Wallace seguono percorsi diversi ma ricordano pur sempre il Passatore da 100 km).

Fredric Brown è stato uno specialista dei racconti brevi. Possiamo immaginarlo come un Asafa Powell, giamaicano che, nella sua generazione, è stato sconfitto solo da Bolt. Brown scriveva racconti brevissimi, di poche o anche soltanto di una pagina, come il celebre La risposta del 1954, che annunciava Dio profetizzando l’avvento di una meccanica quantistica in grado di raggiungere l’onniscienza.

Nella nostra visione podistica della letteratura, Kafka sarebbe un mago dei 10 km – pensiamo a La condanna e La metamorfosi – ma anche un potente atleta da scatto con i suoi racconti di uno o due paragrafi contenuti nelle sue prime antologie personali.

Al bostoniano Poe spetterebbe di gran lunga il titolo di mezzofondista di gran classe.

Ora, al netto di queste semplificazioni che divertono un appassionato di letteratura e di running come il sottoscritto, la questione più interessante può e deve essere l’allenamento.

Negli anni ho letto, seguito e addestrato autori capaci di rendere tutto (a volte anche troppo) nell’arco di poche pagine, per poi spegnersi per la fatica, la mancanza di respiro-idee, con i polmoni-creatività che non reggevano. Ma anche autori pronti per le lunghissime distanze, a cui mancava però il guizzo, lo scatto finale à la Nadia Batocletti.

Tutto sta nella risposta alla domanda: cosa voglio scrivere? O ancora meglio: cosa mi piace scrivere?
Il resto viene dopo. Perché ciò che ti piace potrebbe non essere, al momento, nelle tue corde, nelle tue fibre, nel tuo cervello. Ma si può allenare.

Da questa prospettiva podista-letteraria, le difficoltà che gli autori possono incontrare mentre lavorano a un racconto o a un romanzo sono due: poca esplosività o poca resistenza.

Si può essere potentissimi con le parole ma non saper reggere le lunghe distanze. Se è il caso di chi sta lavorando a un romanzo che si prospetta di centomila parole, questo può essere un problema.

Si può essere pazienti e accurati ma poco brillanti, con una sintassi che scivola come l’olio ma un lessico scontato e una storia che non barcolla ma neanche decolla.

Per farla più semplice e cruda: qualsiasi cosa tu stia scrivendo, esplosività e resistenza ti servono in egual misura.

Se vuoi che la tua storia colpisca duro, affondi nel cuore come un coltello e trasudi verità o menzogna, a seconda delle preferenze, pagina dopo pagina o, ancor prima, parola dopo parola, riga dopo riga, devi soppesare ogni singola scelta lessicale, come faceva Flaubert. Inoltre, si dovrebbe sempre tenere a mente che il lettore, qualsiasi tipologia di testo (scritto da te) possa ritrovarsi tra le mani, nella migliore (per te) delle ipotesi, è in procinto di dedicare tempo, energia e longevità della sua vista alla tua scrittura, rinunciando a una moltitudine di altre cose che, detto fra noi, sottovoce, possono essere più divertenti anche di Guerra e pace.

C’è poi la questione della resistenza. Perché essere esplosivi non basta, almeno che tu non stia scrivendo una raccolta di drabble. Una, dieci, trenta, cinquanta pagine per arrivare al secondo, terzo o quarto capitolo… sono tante, ma sono anche legittime, purché siano piacevoli da leggere; purché non si percepisca lo “sforzo” compiuto dalla parte di te che le ha create da zero.

C’è chi fa fatica a scrivere per paura di dilungarsi. È come dire che si vuole partecipare a una maratona ma si inciampa di continuo o ci si vergogna di farsi vedere in calzoncini. La soluzione? Cambiare corsa o accettare di mettersi in gioco:
  • imparando a descrivere con onestà, semmai fervore, più che con dovizia, laddove la dovizia può essere un mezzo e non un fine;
  • lasciarsi andare, almeno in prima stesura, senza il timore di annoiare se stessi, poiché verrà il momento in cui quella noia potrà essere trasformata in qualcosa di più brillante;
  • conoscere uomini, donne, luoghi, oggetti e parole della storia che si sta raccontando, poiché è logico, più che logico, che se non so chi sia il mio protagonista, dirò forse, sì e no, che è ancora in grado di alzarsi dal letto la mattina (se così non fosse, sarebbe morto, e a meno che non si stia rilanciando la scapigliatura, si avrebbe poco altro a cui appigliarti).

Leggere, approfondire, inventare se necessario (a seconda dei casi) per arrivare con una piena conoscenza della tua storia, del suo mondo e di chi lo popola.

Infine, allenarsi. Senza se e senza ma. Guardare gli altri correre (leggere altri libri, quelli che rimarranno, pur con tutti i tuoi sforzi, più belli dei tuoi, ma che proprio per questo possono insegnarti qualcosa). E poi scrivere, tanto, male e bene a seconda della giornata. Ma scrivere!

E infine, ancora una volta, leggere.

(Non lo si ripete mai abbastanza a chi scrive.)

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